Elia Montanari

Avete presente quel filosofo di paese che gira senza meta con un taccuino cercando di carpire il senso della vita & co.? Sto provando a smettere, ma è dura. Da quando ho conosciuto il teatro i miei vaneggiamenti da passeggiata meditativa sono diventati un po’ più concreti. Cerco sempre di stare ancorato alla realtà il più possibile: non sono un amante della prosa e delle narrazioni iperuraniche, preferisco storie vive, personaggi veri e conflitti quotidiani. Per questo abbino il mio lavoro sul palcoscenico da attore, con una buona dose di “lavoro vero” per fare contenta la mamma: ho fatto il barista, magazziniere, commesso e anche il portabara ai funerali… tutto mentre la sera si va in scena!
Può sembrare utopia ma vorrei riportare il teatro sulla terra, il teatro non è morto, si è solo perso tra le nuvole. Detto questo, sono classe ’97, a scuola mi hanno sempre detto che ero bravo a non studiare e per questo mi sono diplomato alla Scuola di Teatro G. Garrone, e da lì non ho più smesso: corsi di drammaturgia con Nicola Borghesi (Kepler 452) e con Angela DeMattè e Chiara Boscaro (Karakorum Teatro). Nel frattempo suono da quando ero ragazzino — clarinetto, sax, pianoforte, basso, ukulele — e ogni tanto salgo su un palco anche per quello. Sono molto testardo e quindi lavoro da anni con gli stessi regaz del collettivo (fra l’altro la Bea me la sono anche sposata) perché dove c’è crisi c’è anche casa. E la crisi, a quanto pare, paga: con il Collettivo Crisi Collettiva abbiamo vinto il Premio Scenario Infanzia e Adolescenza 2026 e il Premio dell’Osservatorio Critico Studentesco con “Bugbusters”, il bando Culture Moves Europe con “Esercizi di umile potere”, e siamo stati selezionati al Crashtest Festival con “Se e solo se”.
Infine mi piacciono i ponti, Evangelion e i dinosauri… That’s all Folks.
