Il buongiorno diventa teatrale
Eravamo in 18 e il riscontro della comunità di Castel Maggiore è stato molto positivo. Ci ha confermato una cosa che sentiamo da tempo: c’è un grande bisogno di fare teatro.
Il blog di Collettivo Crisi Collettiva: ricerca, ascolto, drammaturgia e vita di una compagnia. Racconti dietro gli spettacoli e riflessioni sul teatro contemporaneo.
Eravamo in 18 e il riscontro della comunità di Castel Maggiore è stato molto positivo. Ci ha confermato una cosa che sentiamo da tempo: c’è un grande bisogno di fare teatro.
Siamo tornati da Pescara, da Scenari Europei al Florian Metateatro, con addosso ancora l’atmosfera di quei giorni. Siamo stati accolti con un calore familiare — Scenario, lo abbiamo capito ancora una volta, è una grande famiglia. Non è solo un premio o un festival: è una rete di persone che si ritrovano, si riconoscono, si sostengono da una tappa all’altra.
Ci sono spettacoli che finiscono quando cala il sipario, e spettacoli che invece continuano a lavorare anche dopo, in classe, nei giorni successivi. “Pescatori di parole perdute s.r.l.” appartiene a questa seconda categoria: è la storia di un Mozzo e del suo Capitano che ogni notte navigano oltre le stelle per pescare le parole perdute — quelle che, non essendo più usate, si svuotano di significato e cominciano a galleggiare — e le riportano sull’isola di Palabras, perché si ricongiungano alle loro tribù di appartenenza: nomi, verbi, articoli.
Ci sono spettacoli che si possono raccontare in un solo modo, e spettacoli che invece si aprono a chi vuole guardarli. “Il sogno di Bia” è uno di questi: a seconda di chi lo guarda — e di cosa sta cercando — può diventare una storia diversa. Per questo è uno spettacolo che funziona bene in tantissimi contesti educativi, non solo in uno specifico.
Al corso di teatro intergenerazionale Spazio senza Tempo, a San Matteo della Decima (San Giovanni in Persiceto, Bologna), capita di trovarsi in scena con una persona di 14 anni da una parte e una di settant’anni dall’altra. Non è un’eccezione, è la normalità del gruppo. Non ci sono corsi diversi per fasce d’età che poi si incontrano solo al saggio finale: c’è un unico percorso di teatro amatoriale per adolescenti, adulti e anziani, dove tutti lavorano fianco a fianco, settimana dopo settimana, sulla stessa scena.
Quando la ricerca per un nuovo spettacolo si blocca, torniamo spesso all’autofiction di Sergio Blanco: partire da esperienze, ricordi e paure personali per trasformarli in materiale scenico. Non è autobiografia né confessione, ma un modo per deformare la realtà e ritrovare una verità teatrale. Un metodo che ci aiuta a rimettere noi stessi al centro della ricerca e, spesso, a ritrovare la strada.
“Il sogno di Bia” nasce dalla fiaba che i genitori di Beatrice Zanin le raccontavano durante un ricovero da bambina. Oggi Beatrice la porta in scena con Elia Montanari: una storia familiare che diventa teatro, per aiutare altri bambini ad affrontare paure e difficoltà.
C’è qualcosa di meraviglioso nel portare “Il primo ramo di Stella” nelle scuole dell’infanzia. Raccontare ai bambini la storia di Stella, che deve salvare i suoi tre ippocastani centenari da una strada che sta per cementificare tutto, significa parlare di ecologia senza fare la predica — attraverso un personaggio in cui i bambini si riconoscono subito, perché anche loro, come Stella, amano qualcosa e non vogliono perderlo.
Ognuno ha un’idea diversa, ognuno pensa che la propria sia quella giusta, e in sala prove il rischio è passare più tempo a discutere che a fare teatro. Negli anni abbiamo affinato un metodo che ci mette tutti d’accordo — o meglio, che ci permette di lavorare senza dover essere sempre tutti d’accordo. Lo chiamiamo, semplicemente, “faccio una proposta”.
Quest’anno, con Spazio senza Tempo, abbiamo deciso di fare diverso. Molte delle nostre corsiste erano alla loro prima esperienza teatrale. Buttarle sul palco con un copione in mano, davanti a una sala intera, ci sembrava il modo sbagliato per iniziare. Serviva un passaggio prima. Un battesimo del fuoco, ma su misura.