«Siamo gli under 35 e stiamo venendo a riprenderci i teatri!»

Immagine relativa a Associazione Scenario | Premio Scenario adolescenza 2026 • Motivazione della giuria

Tavolo Critico su Bugbusters | Silvia Napoli

Commentari alla nona edizione del Premio Scenario infanzia e adolescenza di Silvia Napoli

https://www.associazionescenario.it/wp-content/uploads/2026/10/Silvia-Napoli__TC-2026.pdf

“Il ritiro come protesta silenziosa Anche i vincitori della sezione adolescenza non sono novellini e hanno già avuto il loro battesimo del fuoco al Premio. Collettivo Crisi Collettiva – vi ricordate? – era una giovane compagine dal piglio fresco e sbarazzino, che presentò a suo tempo un lavoro estremamente interessante, anche se certamente ancora acerbo, sui patemi, le depressioni e le pressioni dei determinanti sociali che toccano agli studenti fuori sede in una Bologna ormai poco rossa e molto grassa di taglieri gentrificati. Lo spettacolo si chiamava Pinocchio mangia spaghetti alla bolognese e tentava un affondo, che in verità è molto complesso da fare, su una condizione di formazione e di limbo esistenziale che è toccata a tanti e che assume storicamente connotazioni diverse in base alle aspirazioni e aspettative sociali. L’ascensore sociale, si sa, si è fermato con il cartello guasto un bel pezzo fa e non c’è verso si rimetta in moto. Collettivo crisi collettiva – mai nome suonò più icastico e profetico insieme – nel frattempo si è ristrutturato su basi diverse, intorno alla coppia Elia Montanari e Beatrice Zanin, che constatando la difficolta di conquistarsi uno spazio vitale in città hanno optato per una scelta di dignità e anche di grande impegno andando a vivere e operare in quel di Crevalcore: quindi, pancia a terra sul territorio e il risultato tangibile di questo loro approcciarsi con la realtà e i bisogni del luogo, recuperando anche la propria vicenda biografica, è questo Bugbusters – analisi entomologica di una protesta silenziosa, che ha molto convinto i giurati perché frutto di una maturazione e decantazione di tanti processi stratificati che hanno portato a un lavoro di documentazione espressiva. Il tema è quello del ritiro sociale giovanile, in parte ricollegabile al discorso di perdita di controllo sulla gestione delle proprie percezioni ed emozioni negative e sul controllo della propria costruzione di futuro. Intelligentemente, dopo aver raccolto dati e testimoniaze di esperti di settore e di ragazzi direttamente coinvolti nel fenomeno e non, i nostri si sono serviti, come chiave passpartout, di un grande classico letterario di formazione quale La metamorfosi di Kafka. I genitori sono grandi inquisitori e anche addetti alla disinfestazione. Si salva in parte la parentela orizzontale: ricordate la sorella che porta da mangiare all’insetto Gregor? Lo spettacolo passa in rassegna i segnali iconici e di costume che hanno quantomeno in un primo tempo caratterizzato il fenomeno hikikomori in quanto apparente fenomeno di importazione dal Giappone, per poi diventare molto altro. Un molto altro, come tutte le forme di disagio, in grande fermento e continua evoluzione, che i nostri hanno sondato somministrando interviste, questionari, facendosi sostenere dall’Azienda sanitaria e dai dirigenti scolastici. Ma soprattutto organizzando focus groups e laboratori mirati a mo’ di gioco di ruolo, che hanno riservato sorprese che non vorrei spoilerarvi. Lo spettacolo accusa in qualche modo il mondo adulto, ma ne ha anche compassione. Se il tema è ruvido e i nostri lo prendono di petto, il fatto che conoscano a fondo le dinamiche anche per vissuto famigliare e che si pongano a mio avviso in postura di aiuto, elimina ogni tentazione da teatro della crudeltà e di esibizione del dolore. Il lavoro comprende azione in scena, e in parte in video, che vede coinvolto uno dei fratelli di Elia. Il progetto è certamente solido, radicato ed è opportuno che abbia una continuità: dovrebbe essere visto e discusso da tutte le comunità che ruotano intorno alla neuropsichiatria infantile. A me sembra giusto concludere questa disamina allegando la recensione di un esperto in supporto tra pari, che è passato attraverso questa esperienza e che se ne è tirato fuori con un percorso personalissimo. Lucio Cocchi a oggi è un giovane formato ai percorsi di recovery college presso il DSM di Bologna, particolarmente attivo nel settore distrettuale Ovest. Per combinazione abita non proprio vicino ai nostri vincitori, ma comunque nell’area di pianura e conosce tematiche e problematiche del ritiro sociale da entrambi i lati della barricata. Leggiamo cosa ci scrive sui 20 minuti di elaborato visti fin qui:

La figura della persona ritirata (hikikomori) sta diventando fortunatamente sempre più conosciuta nel discorso pubblico. Questo in realtà non è frutto di una adeguata conoscenza del tema, ma della contingenza del fenomeno che si va estendendo, in specie tra i più giovani ma non solo. Spesso il ritirato tipo è un soggetto di sesso maschile, che taglia ogni rapporto con un mondo percepito lontano, faticosissimo per l’interazione che cerca di limitare allo stretto necessario di sopravvivenza. L’approccio alla relazione con un soggetto hikikomori si sta lentamente evolvendo, così come fortunatamente accade per altre forme di disagio relazionale con gli altri o con sé stessi. Si è difatti mediamente compreso che un ascolto non giudicante e rispettoso delle ragioni, per quanto possano apparire urtanti e discutibili, che spingono i ragazzi al ritiro è più efficace come avvicinamento, dell’approccio coercitivo che fa quasi sempre leva su un’interdizione al mondo digitale. Il device in realtà funziona come canale che convoglia rabbia e desideri inespressi e ovviamente anche bisogno di comunicazione e contatto con l’altro, mai veramente rinnegati dai ritirati, contrariamente a quanto appaia al senso comune. Il trailer, come potremmo dire dello spettacolo che verrà, fa leva sulla semplicità di una dinamica che comporterebbe di ascoltare e osservare in modo discreto, rispettoso e poi agire, mentre attraverso metafore, citazioni grottesche dalle sottoculture giapponesi manga e simili ci sottintende come venga spesso agìto l’esatto contrario. Sottolinea quanto sia stupido il pensare che il problema possa risolversi con la denigrazione, la minimizzazione del problema all’inizio cui seguono tonalità comunicative aggressive, atteggiamenti coercitivi, imposizione di obblighi. Il lavoro è specialmente efficace nell’oggettivare come voce del super io normativo normalizzante famigliare la pretesa di cura sul ritirato. Si raffigura bene la mentalità boomer, super consapevole di sé e ben poco empatica sull’altro, che ritiene certi percorsi buoni e giusti perché han funzionato su quella generazione. Ergo devono funzionare anche altrimenti e se ciò non avviene si rovesciano anche molti sensi di colpa sul ritirato in questione.

Sembrerebbe un cul de sac senza uscita, ma sia lo spettacolo che le esperienze di vita e le metodologie che si possono praticare oltre la medicalizzazione e l’irrigidimento delle posizioni sanno trovare soluzioni impensate: informatevi per credere.

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