«Siamo gli under 35 e stiamo venendo a riprenderci i teatri!»

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Quando ci perdiamo, torniamo a noi stessi

Un metodo per ritrovare la strada

Ci sono momenti, lavorando a un nuovo progetto, in cui la ricerca si blocca. Abbiamo raccolto materiale, fatto interviste, letto libri, guardato immagini — eppure la scena giusta non arriva. È in questi momenti che, quasi sempre, torniamo a un metodo preciso: l’autofiction di Sergio Blanco.

Cos’è l’autofiction

Sergio Blanco, drammaturgo uruguaiano-francese, ha costruito gran parte del suo teatro su un’idea tanto semplice quanto spiazzante: mettere in scena sé stesso, ma non esattamente sé stesso. L’autofiction non è autobiografia pura — non è raccontare la propria vita così come è successa — ma non è nemmeno finzione totale. È un territorio di mezzo, dove l’autore usa il proprio nome, la propria storia, i propri dettagli biografici reali, e poi li piega, li deforma, li porta dove la verità non basterebbe ad arrivare da sola.

Blanco stesso sale spesso in scena come personaggio di sé stesso — non per raccontare “come sono andate davvero le cose”, ma per usare la propria vita come materiale drammaturgico, allo stesso modo in cui si userebbe un testo scritto da altri.

Perché lo usiamo quando siamo bloccati

Quando la ricerca esterna — questionari, interviste, laboratori — non basta più a farci trovare la scena, torniamo a chiederci: e a noi, questa cosa, cosa fa? Non è un esercizio di narcisismo. È il contrario: è ammettere che se una cosa non riusciamo a sentirla vera per noi, difficilmente riusciremo a renderla vera per chi guarda.

L’autofiction ci permette di prendere un dettaglio reale delle nostre vite — una paura, un ricordo, un episodio preciso — e di deformarlo quanto basta per farlo diventare materiale scenico. Non stiamo raccontando la nostra vita sul palco. Stiamo usando la nostra vita come si userebbe qualsiasi altra fonte di ricerca: materiale grezzo da lavorare, non confessione da esibire.

Un metodo che disorienta, prima di orientare

C’è qualcosa di scomodo in questo processo, ed è voluto. Chiedersi “perché sto raccontando gli altri e non me stesso?” costringe a un livello di onestà che a volte fa più paura di qualsiasi ricerca sul campo. Ma è proprio in quel disagio che spesso troviamo la scena che cercavamo — quella che il questionario non ci aveva dato, quella che l’intervista non era riuscita a tirare fuori.

Non lo facciamo sempre, e non lo facciamo con tutti i progetti. Ma quando la strada si perde, sapere di avere questo metodo a disposizione — tornare a noi stessi, deformarci quanto basta, e ripartire da lì — è spesso il modo più veloce per ritrovarla.

Il Collettivo Crisi Collettiva costruisce i propri spettacoli attraverso un processo di scrittura scenica collettiva, orizzontale e spesso autobiografica, che intreccia ricerca esterna e materiale personale.

FAQ

Cos'è il CCC Blog?

Uno spazio dove scriviamo quello che ci passa per la testa mentre facciamo teatro. Non comunicati stampa, non aggiornamenti ufficiali — quelli sono nella sezione News.

Con che frequenza pubblicate?

Non abbiamo un calendario editoriale fisso. Scriviamo quando abbiamo qualcosa da dire, non per riempire uno spazio vuoto.

Di cosa parlate nel blog?

Lavoro quotidiano, riflessioni sulla nostra generazione, spunti che a volte diventano spettacoli e a volte restano solo pensieri buttati giù.

Il blog è collegato ai vostri spettacoli?

A volte sì, a volte no. Alcuni articoli raccontano il processo dietro un progetto, altri sono considerazioni più generali che non c'entrano direttamente con la scena.

Posso commentare gli articoli?

Per ora no. Se hai qualcosa da dire, scrivici direttamente — trovi i contatti in fondo alla pagina.

Chi scrive gli articoli?

Principalmente Elia e Beatrice, il nucleo del collettivo. A volte anche altri artisti che collaborano con noi.

Posso proporre un argomento o scrivere un pezzo come ospite?

Sì, scrivici la tua idea: se ci convince, ne parliamo.

Il blog sostituisce i social del collettivo?

No. Sui social trovi aggiornamenti veloci e contenuti visivi, qui trovi riflessioni più lunghe e articolate.

Gli articoli hanno un tono ufficiale?

Assolutamente no. È il nostro modo di scrivere, con tutta l'ironia e l'imperfezione che ci mettiamo dentro.

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