Quando ci perdiamo, torniamo a noi stessi
Un metodo per ritrovare la strada
Ci sono momenti, lavorando a un nuovo progetto, in cui la ricerca si blocca. Abbiamo raccolto materiale, fatto interviste, letto libri, guardato immagini — eppure la scena giusta non arriva. È in questi momenti che, quasi sempre, torniamo a un metodo preciso: l’autofiction di Sergio Blanco.
Cos’è l’autofiction
Sergio Blanco, drammaturgo uruguaiano-francese, ha costruito gran parte del suo teatro su un’idea tanto semplice quanto spiazzante: mettere in scena sé stesso, ma non esattamente sé stesso. L’autofiction non è autobiografia pura — non è raccontare la propria vita così come è successa — ma non è nemmeno finzione totale. È un territorio di mezzo, dove l’autore usa il proprio nome, la propria storia, i propri dettagli biografici reali, e poi li piega, li deforma, li porta dove la verità non basterebbe ad arrivare da sola.
Blanco stesso sale spesso in scena come personaggio di sé stesso — non per raccontare “come sono andate davvero le cose”, ma per usare la propria vita come materiale drammaturgico, allo stesso modo in cui si userebbe un testo scritto da altri.
Perché lo usiamo quando siamo bloccati
Quando la ricerca esterna — questionari, interviste, laboratori — non basta più a farci trovare la scena, torniamo a chiederci: e a noi, questa cosa, cosa fa? Non è un esercizio di narcisismo. È il contrario: è ammettere che se una cosa non riusciamo a sentirla vera per noi, difficilmente riusciremo a renderla vera per chi guarda.
L’autofiction ci permette di prendere un dettaglio reale delle nostre vite — una paura, un ricordo, un episodio preciso — e di deformarlo quanto basta per farlo diventare materiale scenico. Non stiamo raccontando la nostra vita sul palco. Stiamo usando la nostra vita come si userebbe qualsiasi altra fonte di ricerca: materiale grezzo da lavorare, non confessione da esibire.
Un metodo che disorienta, prima di orientare
C’è qualcosa di scomodo in questo processo, ed è voluto. Chiedersi “perché sto raccontando gli altri e non me stesso?” costringe a un livello di onestà che a volte fa più paura di qualsiasi ricerca sul campo. Ma è proprio in quel disagio che spesso troviamo la scena che cercavamo — quella che il questionario non ci aveva dato, quella che l’intervista non era riuscita a tirare fuori.
Non lo facciamo sempre, e non lo facciamo con tutti i progetti. Ma quando la strada si perde, sapere di avere questo metodo a disposizione — tornare a noi stessi, deformarci quanto basta, e ripartire da lì — è spesso il modo più veloce per ritrovarla.
Il Collettivo Crisi Collettiva costruisce i propri spettacoli attraverso un processo di scrittura scenica collettiva, orizzontale e spesso autobiografica, che intreccia ricerca esterna e materiale personale.
