Cosa fare in classe dopo “Pescatori di parole perdute”
Uno spettacolo che si presta al lavoro didattico
Ci sono spettacoli che finiscono quando cala il sipario, e spettacoli che invece continuano a lavorare anche dopo, in classe, nei giorni successivi. “Pescatori di parole perdute s.r.l.” appartiene a questa seconda categoria: è la storia di un Mozzo e del suo Capitano che ogni notte navigano oltre le stelle per pescare le parole perdute — quelle che, non essendo più usate, si svuotano di significato e cominciano a galleggiare — e le riportano sull’isola di Palabras, perché si ricongiungano alle loro tribù di appartenenza: nomi, verbi, articoli.
Il Mozzo, però, non conosce ancora tutte le tribù delle parole, e questo gli procura un gran mal di testa. Il Capitano dovrà fargli capire che la grammatica, in fondo, è una canzone dolce. Da qui nascono almeno quattro spunti di lavoro particolarmente adatti alla programmazione delle elementari, dopo la visione.
Se non conosco la parola, posso pensare quella cosa?
Che rapporto c’è tra la ricchezza del lessico e la possibilità di esprimere un pensiero? Se conosco solo “bello” e “brutto”, quante sfumature perdo per strada? Se invece imparo parole come deluso, perplesso, entusiasta, malinconico, esitante, all’improvviso posso raccontare molto meglio quello che succede dentro di me — e magari anche capirlo meglio io stesso, prima ancora di dirlo a qualcun altro.
In classe questo può diventare un piccolo dizionario delle emozioni costruito insieme: si parte da una parola semplice — “triste”, per esempio — e si cerca in gruppo quante sfumature diverse si nascondono dietro quella singola etichetta: delusione, malinconia, nostalgia, sconforto, rabbia trattenuta. Ogni parola nuova che si impara è, in un certo senso, un pezzo di mondo interiore che prima non si riusciva a nominare — e che quindi restava un po’ più confuso, un po’ più difficile da riconoscere anche dentro di sé. Si può collegare direttamente al mal di testa del Mozzo, che forse nasce proprio dal non avere ancora abbastanza parole per orientarsi tra le proprie sensazioni.
Le parole che stiamo perdendo
Ci sono parole che i bambini di oggi usano sempre meno: quelle dei nonni, quelle legate ai mestieri di una volta, alla campagna, agli attrezzi, ai lavori artigianali. Parole come “aratro”, “telaio”, “mietere”, “brocca” stanno lentamente scomparendo dal linguaggio quotidiano, non perché siano sbagliate, ma perché le cose che nominano sono uscite dalla vita di tutti i giorni.
La domanda da porre alla classe è semplice: cosa perdiamo, esattamente, quando perdiamo una parola? Perdiamo un oggetto, un gesto, un modo di vedere il mondo che quella parola portava con sé. Un’attività concreta è chiedere ai bambini di intervistare genitori o nonni a casa, raccogliendo una piccola lista di “parole da salvare” — parole che rischiano di sparire e che la classe decide, insieme, di tenere in vita, magari raccogliendole in un piccolo dizionario di classe, illustrato a mano, un po’ come l’isola di Palabras raccoglie le parole pescate dal Capitano e dal Mozzo.
La grammatica non è una punizione
Il Mozzo non conosce le tribù delle parole, e per lui questo è motivo di frustrazione e mal di testa — la stessa frustrazione che spesso provano i bambini davanti all’analisi grammaticale, vissuta come una lista di regole astratte da memorizzare e da temere.
Imparare a riconoscere nomi, verbi, articoli, aggettivi non significa attaccare etichette alle parole per il gusto di classificarle. Significa capire come si costruisce un pensiero: un verbo racconta un’azione, un aggettivo aggiunge una sfumatura, un articolo indica se stiamo parlando di qualcosa di preciso o di generico. Un esercizio efficace può essere prendere una frase scritta dai bambini stessi e “smontarla” insieme, tribù per tribù, come farebbero il Capitano e il Mozzo con le parole appena pescate — scoprendo che ogni pezzo serve a qualcosa, e che senza uno di quei pezzi la frase perderebbe pezzi di significato.
Che fine fanno le parole che non diciamo?
Ci sono parole che conosciamo benissimo, ma che facciamo fatica a pronunciare: scusa, grazie, ho paura, aiutami, ti voglio bene, non ho capito. Non ci mancano nel vocabolario — ci manca il coraggio di usarle nel momento giusto.
In classe si può chiedere ai bambini quali parole trovano più difficili da dire, e in quali situazioni. Perché è difficile dire “scusa” quando si ha ragione a metà? Perché “non ho capito” sembra a volte una parola vergognosa da pronunciare davanti ai compagni, quando in realtà è la parola più utile di tutte per continuare a imparare? Si può costruire un piccolo cartellone di classe con queste “parole coraggiose”, per ricordarsi insieme che dirle, a volte, è più difficile che conoscerle — e che vale sempre la pena provarci.
Uno spettacolo, tanti punti di partenza
Non serve usarli tutti e quattro. Anche un solo spunto, scelto in base al momento della classe o al percorso didattico dell’anno, può trasformare la visione dello spettacolo in un piccolo progetto che dura settimane, non solo un’ora di teatro.
“Pescatori di parole perdute s.r.l.” è uno spettacolo per l’infanzia di Miriam Alda Rovelli, con Luigi Zanin e Elia Montanari, adatto a qualsiasi spazio scolastico. Scopri la scheda completa dello spettacolo.
