Come si fa a diventare attori? (Risposta a chi ce lo ha chiesto davvero)
Una domanda lasciata a metà
Dopo Crashtest Festival, tra un abbraccio e l’altro dell’ultima sera, un ragazzo che aveva fatto volontariato al festival ha fermato Elia con una domanda semplice e difficilissima: come si fa a diventare attore, nella vita? Non c’era tempo per rispondere bene, così gli abbiamo detto di scriverci. E lui lo ha fatto, qualche giorno dopo, con tre domande precise che probabilmente si porta dietro chiunque stia pensando di fare questo mestiere.
Le riportiamo qui, insieme alle risposte che gli abbiamo dato — perché forse servono anche a qualcun altro.
Accademia, DAMS, o tutte e due?
La prima domanda era la più classica: ha senso fare un’accademia, magari anche una “minore”? O conviene fare il DAMS e cercare corsi fuori?
La nostra risposta è sempre la stessa: prova tutto. Fai i provini per le accademie, anche quelle piccole — la formazione è buona ovunque, e la fama di un’accademia pesa forse il 5% sul tuo lavoro futuro, soprattutto se il tuo obiettivo è fare teatro tuo, non recitare per altri. Non è un caso che la maggior parte delle compagnie, la nostra compresa, si sia formata proprio dentro le accademie: ci si conosce lì.
Se le accademie non dovessero aprirsi, il DAMS resta un’ottima opzione — con un vantaggio in più: una laurea la puoi sempre prendere più avanti, se un giorno ne senti il bisogno. Le accademie, invece, spesso hanno un limite d’età per i provini. E se nessuna delle due strade dovesse funzionare, resta comunque una comunità teatrale viva a cui appoggiarsi.
Cosa si fa, in pratica, per prepararsi?
La seconda domanda era più sfumata: c’è qualcosa di concreto da fare, oltre allo studio?
Le accademie, in realtà, sono già quel “concreto”: danza, maschera, mimo — pratica, non teoria. Ma il consiglio che diamo sempre, prima ancora di entrare in un’accademia, è: studiare tanto. Leggere opere teatrali, leggere attualità, costruirsi un proprio modo di guardare il mondo. Non è un esercizio accademico fine a sé stesso — è quello che poi ti permette di leggere la realtà che vuoi raccontare sul palco.
E se scopri di non avere niente da dire?
L’ultima domanda era la più onesta, e forse la più temuta da chiunque faccia arte: e se un giorno scopri di non avere niente da dire?
La risposta, anche se scomoda, è semplice: non devi essere sempre tu a parlare. Puoi lavorare su testi scritti da altri, su regie di altri. Puoi decidere che non ti interessa indagare il tuo mondo interiore, ma un pezzo di realtà che ti sta a cuore — attraverso la ricerca, le interviste, il coinvolgimento di altre persone nel tuo lavoro, come facciamo spesso anche noi.
E quando davvero non c’è niente da dire, quando la voce non torna? Si continua comunque a lavorare. Non ci sono scorciatoie. Si va avanti finché la voglia di parlare non torna da sola.
Un mestiere che si impara solo facendolo
L’ultima domanda era la più onesta, e forse la più temuta da chiunque faccia arte: e se un giorno scopri di non avere niente da dire? È un lavoro frustrante, difficile, pieno di porte chiuse. Ma resta, per noi, il più bello del mondo — e ogni volta che qualcuno ci ferma con domande così vere, ci ricordiamo perché lo facciamo ancora.
Se anche tu hai domande su questo mestiere, scrivici pure. Rispondiamo sempre, anche se a volte ci mettiamo un po’.
