Faccio una proposta
Il problema di essere in tanti
Lavorare in collettivo suona bene sulla carta. Nella pratica, mettere insieme tante teste che vogliono dire la loro sulla stessa scena è un campo minato. Ognuno ha un’idea diversa, ognuno pensa che la propria sia quella giusta, e in sala prove il rischio è passare più tempo a discutere che a fare teatro. Negli anni abbiamo affinato un metodo che ci mette tutti d’accordo — o meglio, che ci permette di lavorare senza dover essere sempre tutti d’accordo. Lo chiamiamo, semplicemente, “faccio una proposta”.
Come funziona
Prima si entra in un immaginario comune: una chiacchierata sul progetto, sulle tematiche, un brainstorming. Poi si va in sala prove, e da lì il metodo è preciso. Qualcuno dice: faccio una proposta. Sale sul palco, coinvolge altri attori del collettivo se gli servono, e improvvisa. Gli altri, seduti, prendono appunti come preferiscono — ognuno con il proprio modo di guardare la scena. Quando l’improvvisazione finisce, nessuno dice niente. Non ci sono commenti a caldo, non c’è “io avrei fatto così”, non c’è “non mi piace”. Se qualcuno ha qualcosa da aggiungere, togliere, cambiare, dice: ho una controproposta. Sale sul palco, sceglie i suoi attori, e fa la sua versione. Se non arrivano controproposte, si passa alla proposta successiva. Alla fine di una sessione di prove ci si ritrova con tante scene e diverse varianti. Sarà poi il regista, o l’occhio esterno, a raccoglierle tutte e a montarle in uno spettacolo.
Quello che abbiamo imparato per sbaglio
Ci siamo arrivati perché il problema vero non era la mancanza di idee — era il tempo che si perdeva a commentare il lavoro altrui. “Ma io avrei fatto così.” “Non mi piace.” “Potresti fare…” Discussioni infinite, spesso su dettagli, che rallentavano tutto e frustravano chi era appena salito sul palco a mettersi in gioco. Il “faccio una proposta” ci ha insegnato soprattutto una cosa: a lasciare andare. Puoi pensare che la scena che hai appena fatto sia geniale. Ma nel momento in cui la metti sul palco, quella scena non è più solo tua — è a disposizione di tutti. Chiunque può modificarla, ribaltarla, buttarla via del tutto con una controproposta migliore. In un collettivo non si segue la propria linea. Si segue una linea collettiva. E impararlo — davvero, non solo a parole — è più difficile di quanto sembri.
Un metodo, non una regola
Non è un metodo perfetto, e non risolve tutto. Ma ci ha permesso di trasformare il conflitto creativo — inevitabile quando si lavora in tanti — in qualcosa di produttivo invece che paralizzante. Meno tempo a discutere, più tempo a fare. E alla fine, sul palco, quello che resta non è la scena di uno, ma la scena di tutti.
