Perché raccontiamo gli hikikomori come raccontiamo tutti gli adolescenti
Un’accoglienza che non ci aspettavamo
Siamo tornati da Pescara, da Scenari Europei al Florian Metateatro, con addosso ancora l’atmosfera di quei giorni. Siamo stati accolti con un calore familiare — Scenario, lo abbiamo capito ancora una volta, è una grande famiglia. Non è solo un premio o un festival: è una rete di persone che si ritrovano, si riconoscono, si sostengono da una tappa all’altra.
È stato un piacere rimettere in scena i venti minuti di Bugbusters davanti a un pubblico nuovo. Ma quello che ci portiamo a casa più di tutto è stato il momento dopo lo spettacolo: condividere la nostra esperienza, la nostra ricerca, con gli operatori del festival e del Florian Metateatro.
Una domanda che ci ha fatto pensare
Durante il dibattito che è seguito alla messa in scena, ci è stato chiesto di spiegare perché Bugbusters non sia uno spettacolo rivolto solo a chi ha vicino un hikikomori, ma a tutti gli adolescenti. È una domanda che ci fa sempre bene, perché ci costringe a mettere in parole qualcosa che nel processo creativo avevamo capito, ma forse non avevamo mai detto così chiaramente.
La risposta è questa: la narrazione che si fa di un hikikomori è la stessa narrazione che si fa, da sempre, dell’adolescenza intera. Svogliati. Nullafacenti. Pigri. Sempre isolati, chiusi in casa. È una narrazione stantia, vecchia, che non cambia mai — e che è sbagliata, sia quando la si applica a un ritirato sociale, sia quando la si applica a un adolescente qualsiasi.
Lo stesso problema, da sempre
Con Bugbusters la tematica in scena è quella degli hikikomori, ma quello che abbiamo voluto far emergere è che il modo in cui gli adulti raccontano il fenomeno del ritiro sociale è lo stesso modo, identico, in cui gli adulti raccontano da sempre gli adolescenti — in ogni generazione, con parole diverse ma lo stesso pregiudizio di fondo.
E il problema di fondo, in entrambi i casi, è lo stesso: la mancanza di comunicazione tra due generazioni che continuano a parlarsi addosso invece che tra loro.
Perché l’hikikomori non è un’eccezione, ma un estremo
Quando abbiamo iniziato a fare ricerca per questo spettacolo — questionari, laboratori di scrittura, workshop teatrali — una cosa ci è tornata addosso con una chiarezza che non ci aspettavamo: il ritiro sociale non nasce da un giorno all’altro, e non nasce nemmeno da una fragilità isolata. Nasce da una somma di pressioni che, chi lavora con gli adolescenti lo sa bene, riguardano ormai quasi tutti loro — la performatività sui social, la competizione continua per apparire, la precarietà di un futuro che sembra promesso a pochi.
L’hikikomori, in questo senso, non è un’anomalia rispetto alla condizione adolescenziale media. È la punta più visibile — e più estrema — di un disagio che, in forma più diluita, attraversa un’intera generazione. Ecco perché raccontare gli hikikomori senza generalizzare, ma anche senza isolarli come categoria a parte, ci è sembrato l’unico modo onesto di trattare il tema.
Il problema non è mai solo dei figli
C’è un altro punto su cui il dibattito di Pescara ci ha fatto tornare, ed è quello dei genitori. Nella nostra ricerca — in particolare nel laboratorio di scrittura creativa fatto con una classe di terza media — avevamo già visto emergere qualcosa di scomodo: quando ai ragazzi viene chiesto di immaginarsi genitori di un figlio hikikomori, le soluzioni che propongono sono quasi sempre drastiche. Smontare la porta. Togliere internet. Obbligare a uscire con la forza. Mai, o quasi mai, semplicemente parlarne.
Non è un caso isolato, ed è per questo che continua a colpirci ogni volta che lo raccontiamo: i ragazzi stessi, messi nei panni di un adulto, riproducono lo stesso schema che denunciano di subire. È il segno più chiaro che il problema non riguarda “i figli che si chiudono” o “i genitori che non capiscono”, ma un modello di comunicazione tra generazioni che si è rotto da entrambe le parti, e che nessuno dei due sa più come ricostruire.
Cosa ci portiamo via da questo festival
Portare Bugbusters in un festival come Scenari Europei, e poterne parlare apertamente con chi il teatro lo fa e lo pensa ogni giorno, ci ricorda perché continuiamo a fare ricerca prima di scrivere: non per raccontare “gli hikikomori” come categoria a parte, ma per raccontare, attraverso di loro, un problema che riguarda tutti gli adolescenti — e tutti gli adulti che provano, spesso senza riuscirci, a capirli.
Forse la vera domanda che Bugbusters lascia al pubblico non è “perché un ragazzo si chiude in una stanza”, ma “perché continuiamo a raccontare gli adolescenti sempre nello stesso modo, indipendentemente da quello che fanno o non fanno”. Finché la narrazione resta quella, la comunicazione tra le due generazioni resterà rotta — con o senza una porta chiusa in mezzo.
“Bugbusters — analisi entomologica di una protesta silenziosa” è uno spettacolo del Collettivo Crisi Collettiva, vincitore del Premio Scenario Infanzia e Adolescenza 2026, presentato a Scenari Europei — un giovane festival del Florian Metateatro di Pescara.
